Quattro giorni no-stop

Una parola su tutte? Tosta. In tanti anni con le chiappe sulle più belle bici al mondo, nessuno di noi, veterani e non, aveva mai organizzato una comparativa di otto bici. Sulla carta sembrava una sciocchezza: “cosa c’è di più bello e facile del girare in bici?”.

Ma un conto è stare seduti attorno a un tavolo cercando di pianificare il tutto con un computer davanti, un altro paio di maniche è trovarsi in un parcheggio con otto bici da caricare, relativi bagagli, attrezzature e il baule di Riot (Claudio Riotti) perennemente in mezzo alle balle per i seguenti quattro giorni. Un aspetto è stato chiaro a tutti e fin da subito: non si poteva prendere nulla alla leggera e tutto andava pianificato per non commettere il minimo errore, su nessun fronte.

Ma la fortuna aiuta gli audaci e noi, per prima cosa, dobbiamo inginocchiarci sulle puntine e ringraziare il meteo. È vero, le mountainbike non hanno stagioni e si possono usare in tutte le condizioni meteo, ma un conto è lavorare sotto l’acqua e il tagliente vento marittimo di febbraio, testando le bici bagnati su un terreno perennemente umido, un altro mondo è svegliarsi al Deutsche Familien (preferisco chiamarlo “da Pippo”) guardando il mare con il sole che spunta dietro il castello di Finale, caricare le bici sul Furgolove (il furgone messo a disposizione dalla Gravity School) con il sole che ti scalda la schiena e andare a girare sull’altopiano delle Manie con un terreno a dir poco idilliaco.

Trail = varietà

Il terreno, appunto, è un dettaglio fondamentale per farsi un’idea il più possibile veritiera delle otto bici che si andranno a utilizzare dal Trentino alla Sicilia, dai boschi umidi e gremiti di radici, ai trail sabbiosi e inconsistenti o ai singletrack larghi una spanna da prendere a fuoco.

La scelta dell’anello non è stata facile, proprio perché non ci potevamo permettere né di cambiare il giro a ogni bici, né di spezzare il ritmo, né di renderlo troppo uguale trattandosi di bici da trail, quindi adatte per fare un po’ di tutto. Così, aiutati da Cristiano Guarco che conosce bene la zona delle Manie avendo partecipato a diverse 24H e girando spesso su quel versante, appena siamo arrivati ci siamo divisi: gli operatori foto&video hanno perlustrato la zona per le riprese e noi siamo andati a definire quello che sarebbe stato, senza possibilità di modifiche, il nostro anello.

L’anello

Circa 11 km composti per metà da un terreno misto roccia/terra, parlo del “lato mare” sopra Capo Noli, con belle salite, veloci discese, un’infinità di strappi che ti uccidono e un panorama da toglierti la concentrazione dalla guida. L’altro, sopra la splendida Varigotti, caratterizzato da un fitto bosco, terra resa viscida dalle piogge precedenti al nostro arrivo e tutto da rilanciare senza nemmeno avere il tempo di staccare le mani dal manubrio per bloccare ammo e forcella. Tra le due tipologie di terreno, il famoso Toboga, lungo serpente di curve strette in successione, banco prova per testare la maneggevolezza dei mezzi.

Ognuno di noi ha provato tutte le bici, o meglio quelle su cui è riuscito ad adattarsi senza sconvolgere la propria postura, quindi io e Riot non abbiamo provato la mastodontica Cannondale e Cristiano non ha provato la minuscola Canyon, per il resto ci siamo fatti il nostro anello sette volte, più altre due per togliere eventuali dubbi sulle bici che ci avevano lasciato delle perplessità.

Slow food

Siamo stati davvero molto in sella, se poi contate anche i diversi passaggi a spinta per foto/video, abbiamo dato fondo alle nostre riserve di energie. Fortuna che la nostra postazione era sotto il vigneto del ristorante Da Ferrin, il fulcro dell’altopiano delle Manie e della 24h di Finale.

Laura, la titolare, assieme ai suoi famigliari, hanno provveduto a sfamare abbondantemente le nostre bocche, facendo di ogni pranzo un’abbuffata in stile matrimonio calabrese (ovviamente con specialità liguri), che ricordavamo al dettaglio puntualmente su ogni salita. Uno su tutti, i ravioli caserecci al sugo di cinghiale.

Per concludere in bellezza
, segnaliamo non una mera marchetta, ma un ristorante che è stato capace di sorprenderci per qualità e varietà nel menù. Parlo de Al Nonostante in quella che chiamo da una vita piazza “dei cannoni” (Piazza Vittorio Emanuele II).

A proposito dell'autore

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