“Regalare emozioni e divertimento a tanti biker mi gratifica e mi ripaga dei mille sacrifici e della tanta fatica fatta in questi anni. Di contro provo veramente pena e compassione per quelle persone che per emozionarsi e divertirsi hanno bisogno di distruggere e danneggiare il lavoro degli altri”

Nel nostro viaggio tra chi si occupa di trail building e trail maintenance siamo finiti a Finale Ligure, “patria“, sotto certi aspetti, del trail building di casa nostra e mecca del mountain biking italiano e straniero. Praticamente non hai vissuto veramente la mountain bike se almeno una volta nella vita non sei stato a Finale Ligure, o almeno mi hanno detto così [io non ci sono ancora mai stato, ndr].

Abbiamo fatto quindi due chiacchiere con Fabrizio Valenti dell’ASD Finale Ligure Freeride e n’è uscita fuori un’ intervista bomba e che potrebbe essere motivo di ispirazione per molti di voi, ma potrebbe far storcere il naso ad altrettanti.

Io vi consiglio di leggerla fino in fondo, non troppo di fretta magari e tenendo a mente che: i sentieri non si costruiscono da soli, né tantomeno si auto-manutenzionano e soprattutto se ci sono è perché qualcuno si è dato da fare ed ha lottato per loro.

Rispettate sempre il lavoro di queste persone, ma soprattutto rispettate gli altri fruitori dei sentieri e i proprietari dei terreni, perché la mountain bike non ha bisogno di ulteriori nemici.

Ride, Enjoy, Respect.

La nostra intervista

Ciao Fabrizio, una breve presentazione per i nostri lettori

Ciao a tutti i lettori di BiciLive.it, sono Fabrizio Valenti, finalese del 1964, Presidente dell’ ASD Finale Ligure Freeride, la prima associazione di “bike shuttling” del finalese, fondata nel 1999.
Attualmente sono anche il responsabile e il portavoce del gruppo di bike shuttle locali, inserito nel progetto Finale Outdoor Resort.

Da quanti anni lavori ai sentieri di Finale Ligure?

La mia esperienza inizia nel 1982 quando, insieme ad altre dieci persone, fondai una delle prime cooperative agricole-forestali della zona che si occupava, tra le varie cose, di tenere puliti i sentieri allora destinati al trekking leggero e all’escursionismo a piedi.

Dal 1989/90 ho iniziato anche a occuparmi della pulizia dei sentieri per le mountain bike. Nel tempo libero in settimana andavamo a sistemare qualche tratto di sentiero da percorrere con gli amici alla domenica, come spesso accade in tante altre località. Con il passare degli anni l’opera di ripristino dei sentieri si è trasformata in una vera e propria passione, sfociata col tempo in una attività professionale. Oggi non esiste giorno dell’anno che non siamo impegnati nella pulizia o nella creazione di nuovi tracciati; che sia Natale, Pasqua o il primo dell’anno, che piova o nevichi, in qualsiasi giorno e con ogni condizione meteo, noi siamo in qualche bosco; una vera e propria “malattia”.

Quanti siete ad operare a tempo pieno?

Siamo un piccolo team di professionisti, composto da due/tre persone, ma logicamente siamo aiutati anche da ragazzi di altre associazioni che, nel tempo libero, ci danno una mano. Inutile rimarcare che per tanti che siamo, siamo sempre in pochi per una rete di sentieri vasta come quella finalese.

Come scegli le linee o i sentieri su cui lavorare? Quali sono i tuoi criteri?

Molta della mia filosofia è incentrata sul fatto che, pur essendo questo un lavoro quasi a tempo pieno, nessun trail builder di Finale è al momento pagato o stipendiato per fare quello che fa. In alcuni casi una o due persone percepiscono dei rimborsi spese derivanti da alcune donazioni volontarie raccolte negli ultimi anni dai C.I.P.S. [Comitato Indipendente Pulizia Sentieri, ndr], ma queste somme ben lungi sono da potersi definire stipendi e sono comunque delle eccezioni.

Proprio a causa di questo motivo e forti dell’esperienza maturata negli anni, le linee che tracciamo ed i sentieri che realizziamo da qualche anno vengono scelti attraverso un’accurata lettura della morfologia del terreno e del territorio. 

Cosa intendi?

Intendo dire che cerchiamo sempre di realizzare sentieri che, con il tempo, non subiscano un processo di erosione tale da far sì che vengano poi abbandonati a loro stessi nel giro di una stagione o che comunque abbiano bisogno di una continua manutenzione [questa cosa l’ho già sentita da qualche altra parte, ndr].

È nostra intenzione infatti studiare tracciati con caratteristiche tali da minimizzare il processo di erosione delle piogge associato al passaggio di migliaia e migliaia di mountain bike ogni mese in modo da diminuire, di conseguenza e in maniera rilevante, le ore e le giornate destinate alla manutenzione dei sentieri.

Il criterio che adottiamo oggi è lo stesso di circa 15 anni fa, quando furono realizzati i primi sentieri del Melogno e di Pian dei Corsi: sviluppare turismo sportivo attraverso il divertimento a 360° tralasciando l’aspetto del gesto tecnico fine a sè stesso.

Tenendo conto che la mountain bike è pur sempre un movimento di nicchia, anche se in continua espansione, il nostro obiettivo è quello di tracciare percorsi semplici e divertenti adatti a tutti, che richiamino sul territorio più utenti possibili, comprese le famiglie con i bambini, i principianti che si avvicinano per la prima volta al mondo della mountain bike e anche i rider più esperti che troveranno comunque modo di divertirsi “aprendo la manetta”. Il motivo di questa scelta può sembrare ovvio e scontato per molti, ma per altrettanti biker non lo è.

In poche parole, più turisti vengono a Finale più si genera economia locale e conseguenti posti di lavoro, e se più persone vengono coinvolte attivamente e positivamente nell’introito, più forte sarà la nostra voce nei confronti delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici vari; ma soprattutto la nostra voce sarà più forti nei confronti dei molti detrattori che il movimento della mountain bike genera.

Tanti ci chiedono come mai i nostri sentieri sono privi di salti; anche questa è una scelta dettata dal buon senso e dalla nostra esperienza. Il nostro territorio è completamente diverso da un qualsiasi bike park alpino dove gli spazi sono aperti e più facilmente raggiungibili, in caso di gravi infortuni, dai mezzi di soccorso. I boschi che ricoprono le nostre montagne non permettono l’intervento dell’elicottero, e le strade sterrate sono talmente rovinate da creare notevoli difficoltà anche ai mezzi fuori strada; il soccorso alpino sarebbe costretto ad intervenire a piedi, come già accaduto in passato, e potrebbero passare ore e ore prima che il ferito venga soccorso e portato in “salvo”. Ecco quindi spiegato il motivo di tale scelta: ridurre al minimo le possibilità di gravi incidenti. 

Hai mai contattato dei professionisti del settore ai quali affidare i progetti o gli studi per lo sviluppo dei sentieri nella vostra area?

No, perché fin dai primi anni abbiamo sempre lavorato seguendo il nostro istinto e la nostra fantasia. Questo non vuol dire non aver mai sbagliato, anzi. Più volte abbiamo pagato, e a caro prezzo, errori di valutazione a causa dell’inesperienza; ma come si suol dire, sbagliando si impara. In compenso, oggi, e lo dico con un briciolo di orgoglio, veniamo spesso contattati per la realizzazione di sentieri o tracciati da privati o amministrazioni di altre località che intendono sviluppare ed investire nel turismo outdoor. Purtroppo la mancanza di tempo non ci permette di accettare questi lavori, ma non è detto che un domani non possa diventare uno sbocco professionale.

Tanto per dirne una, come già accaduto in passato, a metà marzo sarà con noi un ragazzo norvegese che ci ha chiesto di poter partecipare ad uno stage di 15 giorni per apprendere le nozioni e le tecniche da noi adottate nella costruzione dei sentieri; dopodiché si trasferirà per un periodo a Whistler, in Canada. In quelle due settimane, in cui lavoreremo insieme sui sentieri, avremo modo di trasmettergli le nostre conoscenze e, allo stesso tempo, apprendere nuove tecniche da lui, arricchendo così, come già accaduto in passato, il nostro bagaglio professionale.

Tornando ai nostri sentieri e alla tua domanda, comunque ci avvaliamo anche delle tecniche, delle indicazioni e delle nozioni adottate in materia di trail building dall’IMBA. Mi piace ricordare come, intorno ai primi anni del nuovo millennio e grazie a Mauro Bertolotto, Finale Ligure sia stata la prima sede a livello nazionale di questa importante associazione.

Ci sono altri gruppi/associazioni/bike shuttle che vi hanno dato o ti danno una mano in tutto questo?

Finale Ligure ha una lunga storia e tradizione in merito, per cui non è facile sintetizzare in poche parole l’evoluzione avvenuta nel corso degli anni. Partendo dalle origini, e cioè dal primo bike shuttle utilizzato per le risalite, i sentieri dove svolgevamo l’opera di pulizia e manutenzione erano prevalentemente quelli corti e tecnici che partivano dalle Manie, poi S.Bernardino o la mitica Caprazzoppa. Quasi subito iniziarono le prime difficoltà e i primi contrasti con chi utilizzava gli stessi sentieri ai fini escursionistici.

Effettivamente a quei tempi la tradizione del trekking in quelle aree era molto più radicata rispetto alle nuove tendenze della mountain bike, per cui fin dall’inizio capimmo che era impossibile la convivenza tra le due discipline, soprattutto con una visione del futuro rivolta ad un progetto turistico. Proprio a causa di queste problematiche, fu lungimirante la visione di Fulvio Balbi, noto trail builder della zona, che un giorno mi disse: “Si potrebbero creare dei sentieri dove non esiste niente, dove non diano fastidio a nessuno”, riferendosi alla zona di Melogno e Pian dei Corsi. Da quella idea, oggi, a distanza di 15 anni, sono presenti circa 20 percorsi. Logicamente, a causa di numerosi fattori (alluvioni, erosione dovuta al passaggio di migliaia di bikers e, non ultimo, il passaggio indiscriminato da parte dei motociclisti), quasi tutti i sentieri sono stati trasformati e lavorati oltre che da noi, anche da altre persone ed associazioni del territorio, tra cui alcuni componenti dei C.I.P.S.

Dove questo non è stato possibile o non è stato fatto, i sentieri si sono persi perché magari abbandonati da chi aveva solo cercato di sfruttarli.

Per darti una stima approssimativa della mole di lavoro effettuata per la manutenzione e la creazione di nuovi percorsi, nel corso di questi ultimi 15 anni solo la nostra ASD Finale Ligure Freeride ha all’attivo oltre 15.000 ore di lavoro!!! 

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Qualche supporto dalle amministrazioni locali?

Tante parole, soprattutto durante le campagne elettorali delle amministrative, e pochi fatti, se intendiamo i progetti rivolti alla pulizia e alla manutenzione dei sentieri.
Diverso è il discorso riguardante la sponsorizzazione o il patrocinio di eventi e manifestazioni importanti quali la 24H di Finale o il SuperEnduro, dove le amministrazioni partecipano in maniera coinvolta ed attiva.

Come viene vista da loro la mountain bike? Ci credono o assecondano solo le vostre richieste?

Sicuramente in maniera positiva. Il problema, quando nasce, nasce dalla scarsa comunicazione tra le parti e le persone professionalmente più coinvolte e preparate non vengono prese nella giusta considerazione, a discapito dei troppi interessi personali che generano confusione e rallentamenti nella risoluzione delle reali problematiche del settore.

Quanto vi supportano le attività commerciali della zona?

Dipende da quanto si sentono direttamente coinvolte nel movimento e nel fenomeno mountain bike. È evidente che una pizzeria, un albergo, un ristorante, o un campeggio pieno di biker abbia un ritorno concreto e tangibile dal punto di vista economico e che quindi sia stimolato ed incentivato ad investire risorse, anche economiche, sul territorio.

Diverso è il discorso per quelle attività commerciali, magari della stessa categoria di quelle sopra citate, che non riescono a trarre benefici economici dal movimento (cosa che può dipendere da una non buona gestione imprenditoriale, o da scelte di mercato rivolte magari in altre direzioni). Logicamente il loro supporto, a parte rare eccezioni, è nullo.

Vedono nella mountain bike un potenziale turistico per il territorio?

Dipende a chi viene rivolta la domanda. Ad esempio, se lo chiediamo a Marco Marchese o Lorenzo Carlini, due noti albergatori del finalese che da sempre hanno creduto e investito nella mountain bike, la risposta non può essere che positiva, soprattutto alla luce dei risultati economici odierni rispetto a 20 anni fa, quando, che dir se ne voglia, non esisteva un solo turista che frequentasse in mountain bike il nostro entroterra. Fortunatamente oggi a crederci nella mountain bike e ad investire sono molti di più, nonostante prevalga ancora molto scetticismo. Non dimentichiamoci che Finale Ligure è pur sempre una località di mare, dove negli anni ha radicato il concetto di turismo balneare di massa, che tanto ha portato in passato. Molti commercianti non riescono ancora a capire, o non vogliono farlo, il cambiamento che ha subito il turismo negli ultimi anni nel nostro territorio, magari perché non riescono, attraverso valide alternative, a seguire nuove strategie di mercato, che non vuol dire dimenticarsi delle spiagge o del mare anzi, è vero il contrario.

Il segreto sta nel come confezioni il pacchetto spiaggia-mare. Tanto per essere espliciti: quanti comuni in Italia che si affacciano sul mare possono pubblicizzare mare, spiagge, e clima mite? Centinaia! Ma quanti altri comuni che si affacciano sul mare, possono anche vantare un entroterra ed una rete di sentieri di tale valore e livello? Lascio a voi la risposta.

I vostri sforzi sono apprezzati sia dalla parte “commerciale” che amministrativa del posto?

Sinceramente è una domanda a cui faccio fatica a rispondere senza sollevare un vespaio! A volte l’impressione che abbiamo è che certi imprenditori ed amministratori locali non abbiano ben chiaro quale sia stato il percorso di lavoro da noi svolto in tutti questi anni. La visione del territorio che molti hanno è una sorta di semplice equazione tipo “montagna uguale sentieri”; di conseguenza, per loro, basta un po’ di pubblicità et voilà, “les jeux sont faites”… biker che arrivano da tutto il mondo.

In realtà non funziona proprio cosi anzi, non funziona per niente così.

Se fosse veramente così semplice, la Liguria sarebbe piena di località famose in tutto il mondo per il turismo in mountain bike, visto che è una delle regioni più montuose d’Italia, senza parlare delle località dell’arco alpino o della catena appenninica che si estende dalla Liguria alla Calabria.

Possibile che nessuno si chieda perché proprio Finale Ligure sia diventata una delle mete più ambite d’Europa dagli appassionati di mountain bike o “uno dei cinque posti più famosi al mondo dove andare a girare in mountain bike prima di morire”, come ci ha definito il sito internazionale di Red Bull?

Ve lo dico io perché: probabilmente non dipende solo dalle montagne, ma da anni ed anni di sacrificio e duro lavoro che un manipolo di persone hanno dedicato alla causa, lavorando nell’ombra e generando un prodotto finale di qualità e cioè i sentieri; ciò di cui a volte molti, anzi troppi, si riempiono la bocca senza sapere di cosa stanno parlando.

Per dovere di cronaca, questo mio sfogo non è rivolto a tutti, non faccio di tutta l’erba un fascio, anzi… ci sono imprenditori ed amministratori locali che lavorano in maniera seria ed onesta nonostante tutte le difficoltà a livello burocratico e legislativo che incontrano per lo sviluppo di progetti ambiziosi. Ma ritenevo giusto togliermi qualche sassolino dalle scarpe.

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E i cittadini piuttosto che l’opinione pubblica in genere? Come vedono la mountain bike?

Siamo sempre lì, al punto di partenza. Chi è coinvolto in maniera attiva con un tornaconto economico ci vede come la manna caduta dal cielo, specie in un momento di crisi come questo. Il resto ci vede come fumo negli occhi, o addirittura “devastatori che si sono impadroniti in maniera illegittima di un territorio che non gli appartiene”.

A mio parere non hanno sempre ragione visto lo stato attuale di abbandono in cui versano i boschi. Però, cercando di essere il più obiettivo possibile, non hanno neanche tutti i torti considerando le problematiche che in molti casi creiamo.

Il problema è che non siamo stati capaci, intendo tutti noi, di autoregolamentarci seguendo dei criteri etici, magari legati anche al rispetto del prossimo, e soprattutto al buon senso. Per farla breve, non siamo stati capaci di farci accettare ed il risultato oggi è che in molti, specialmente nei piccoli centri dell’entroterra, ci odiano; ecco spiegato il motivo del ritrovamento sui nostri sentieri di bande chiodate o funi tese tra gli alberi.

Fatti che non giustifico assolutamente e che, anzi, condanno in maniera ferma e decisa.

Tuttavia è comunque inaccettabile il comportamento di molti biker che piombano sulle strade asfaltate creando il panico tra le autovetture che transitano in quel momento o il comportamento di quei gruppi di rider scalmanati che sfrecciano a folle velocità davanti all’uscio delle case dove giocano i bambini, come, d’altronde, sono inaccettabili anche le liti furibonde di gruppi di biker con i proprietari di fondi privati che non vogliono, in maniera legittima, che si attraversino le loro proprietà private; per non parlare della mancanza di rispetto nei confronti dei cacciatori che ci sopportano e che il più delle volte sono gli stessi proprietari dei terreni dove noi abbiamo tracciato i percorsi. Vogliamo aggiungere alla lista anche il non dare la precedenza alle persone a piedi lungo i sentieri, facendole letteralmente schizzare da un lato del sentiero per non essere travolte dalle bici? Devo aggiungere altro?

Abbiamo sbagliato in tutto questo, ecco dove abbiamo sbagliato.

Ecco perché tante località meno fortunate di noi hanno dovuto chiudere ancora prima di iniziare. Proprio a causa del fatto che molti di noi credono che tutto ci sia dovuto e che tutto ci è consentito mentre pratichiamo l’attività che ci piace.

Cosa si è mosso in questi ultimi mesi a Finale Ligure? C’è molto fermento sui social, sulla carta stampata e sul web in generale, o mi sbaglio?

Non sbagli. Stiamo infatti cercando di unire le forze mettendo a sistema le idee di tutti in modo sinergico, per raggiungere la giusta collaborazione tra l’attuale amministrazione comunale, le varie associazioni di categoria presenti sul territorio e i club di prodotto; la strada non è semplice ma sicuramente quella giusta. L’obiettivo comune e quello di reperire fondi regionali e/o europei, attraverso un progetto condiviso da destinare al territorio, per la segnaletica, la cartellonistica e la manutenzione costante della rete di sentieri. Tutto quello che ancora oggi a distanza di tanti anni manca, pur essendo Finale una delle località più importanti per la pratica della mountain bike in Italia.

Nel frattempo, da una collaborazione tra i bike shuttle, i bike hotel e l’amministrazione comunale, abbiamo messo a disposizione una somma destinata a fronteggiare la situazione di emergenza causata dalle ultime alluvioni e, non ultimo per importanza, ci siamo dedicati volontariamente al ripristino e alla ricostruzione di alcuni importanti sentieri che ultimamente venivano poco utilizzati vista la situazione in cui versavano, e che oggi sono di nuovo utilizzabili da migliaia di biker.

Cosa rende Finale Ligure la “Località” per eccellenza?

Una lunga serie di fattori e di circostanze, molte delle quali affrontate nelle domande precedenti. Sicuramente tra le prime “cause” c’è la mole e la quantità di lavoro svolto sui sentieri da tutti noi; poi c’è la forza di credere in quello che stavamo portando avanti fin dal principio, consapevoli delle nostre capacità. Ma, soprattutto, c’è stata la volontà di non mollare mai, anche nei momenti più tristi e difficili, quando non esisteva niente di niente e nessuno credeva che un giorno Finale Ligure potesse diventare una delle località turistiche tra le più famose nel mondo per la mountain bike.

Di questo noi, di Finale Freeride, ne andiamo veramente fieri.

Cosa attrae cosi tanti rider stranieri, aziende e pro del settore sui vostri sentieri?

Non esiste un unico motivo, ma tante situazioni favorevoli. Mi vengono in mente il clima mite, la cucina tipica ligure, il sole, il mare, le spiagge, la bellezza del borgo medioevale, gli scorci panoramici con vista sul mare, oltre che una serie di strutture e servizi rivolti ai biker. Siamo comunque consapevoli che possiamo e dobbiamo migliorare per stare al passo coi tempi e non perdere terreno nei confronti di altre località, anche se sinceramente tutte queste peculiarità messe insieme sono difficili da trovare altrove!

Per quello che riguarda i sentieri, invece, la nostra forza sta nella naturalezza dei percorsi e nel fatto che non ne esiste uno uguale all’altro. Ogni sentiero qui ha le sue caratteristiche e la sua anima, a differenza di tanti altri bike park dove vengono creati utilizzando mezzi meccanici che tendono ad uniformare il carattere dei sentieri.

Penso che la differenza maggiore sia questa: centinaia di km di percorsi tracciati con pala e piccone, un enorme bike park naturale costruito completamente a mano e forse, per questo motivo, unico al mondo.

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Un pensiero in libertà.

Sono diventato trail builder di professione grazie all’amore che nutro nei confronti della natura. Questo è uno dei motivi per cui sono sempre impegnato nel mantenimento dei sentieri. Cerco in tutte le maniere di contrastare, attraverso il mio lavoro, l’opera di erosione dei biker e degli agenti atmosferici, disegnando sentieri che si sposino con il contesto naturale del bosco, cercando di dare, attraverso lo studio di linee dolci e divertenti, un senso di armonia e naturalezza piuttosto che una percezione di sfruttamento e devastazione del territorio (elementi principali delle accuse che ci vengono spesso rivolte).

Il senso di libertà che provo lavorando o passeggiando in un bosco è una sensazione unica che deriva essenzialmente da stati emotivi personali. Conoscere i luoghi, le piante, i fiori, le erbe e gli animali del bosco fa sì che io mi senta a mio agio e in pace con me stesso, come se la montagna fosse la mia casa.

Ci sono giorni che, pur sfiancato dalla fatica, non riesco a staccarmi dal bosco e finisco col rientrare a casa di notte e al buio; è in quel momento che mi godo un prezioso silenzio, interrotto solo dal verso di qualche animale selvatico; un silenzio che solo la natura mi può regalare.

Mi rattrista il fatto che molti rider non stiano attenti al contesto naturale che li circonda e non capiscano il motivo che spinge alcuni di noi a lavorare sui sentieri.

Alcuni biker, per fortuna non molti, dimostrano la loro ignoranza e probabilmente sfogano le loro invidie e frustrazioni nei confronti del prossimo e della vita strappando e facendo a pezzi i cartelli o le fettucce che ne impediscono il passaggio sui sentieri chiusi, magari per lavori di manutenzione, devastando e vanificando intere giornate di lavoro.

Ognuno di noi ha il suo modo particolare, dettato dalla propria sensibilità, di provare emozioni. Personalmente sono molto felice e consapevole della fortuna che ho avuto nello scoprire questa passione che ha poi generato la mia professione.

Regalare emozioni e divertimento a tanti biker mi gratifica e mi ripaga dei tanti sacrifici e della tanta fatica fatta in questi anni. Di contro provo veramente pena e compassione per quelle persone che per emozionarsi e divertirsi hanno bisogno di distruggere e danneggiare il lavoro degli altri, lavoro che oltretutto va a beneficio e vantaggio di un intero movimento.

Buon divertimento a tutti, qualunque esso sia.

A proposito dell'autore

Stellette per vocazione ASD Emissioni Zero per passione. La montagna ce l'ha nel sangue, la passione per la mountain bike lo accompagna fin dalla prima adolescenza. Amante della promozione del territorio e dello sport senza cronometri, organizza eventi promozionali fatti di riding e sfottò tra compagni di pedalate, magari conditi con cucina locale e innaffiati con una una bella birra. "Born Into the Wild"