Bertold Brecht diceva che ogni arte concorre all’arte più grande che è quella di vivere. Partendo da queste preziose parole ho fatto alcune considerazioni sul collegamento che ci può essere tra la mountain bike e altre pratiche sportive che apparentemente sembrerebbero non avere nulla in comune.

Pratico arti marziali da circa 40 anni, Taijiquan (o Tai Chi) da 25 anni e lo insegno da 20. Si tratta di un’arte marziale che in occidente è praticata per lo più per il suo aspetto terapeutico e meditativo. Avete presente un monastero in cima a una montagna immersa nella nebbia, monaci che praticano in perfetta sincronia e nel silenzio più totale e rigenerante? Sì, quasi così…

Devo dire che nonostante i monaci di Wudang non siano soliti buttarsi giù dal monastero che li ospita a bordo di una MTB con escursioni estreme, alcuni aspetti di questa pratica hanno migliorato molto il mio modo di andare in bici.

In questo articolo vi parlerò di come la mia propriocezione, vista periferica e attenzione in mountain bike abbiano tratto grande beneficio dalla pratica delle arti marziali e di come anche le vostre potrebbero giovarne.

Il rider mtb Roberto Calcagnile in azione nel bosco

Arti marziali e MTB: il miglioramento della coordinazione

La capacità propriocettiva o cinestetica è una delle qualità più importanti per un atleta. Si tratta di percepire e riconoscere la posizione del nostro corpo nello spazio e quindi di sapere con millimetrica precisione dove si trovano i nostri segmenti corporei durante il movimento.

La forma di base del Taijiquan consiste in una sequenza di movimenti che devono essere eseguiti in modo continuo lento e armonioso, utilizzando al minimo la forza muscolare e quindi cercando di rilassarsi il più possibile durante la pratica.

Muoversi lentamente può apparire facile a una prima occhiata, ma in realtà non è affatto così. Occorre grande equilibrio e grande controllo del proprio corpo perché l’esecuzione risulti armoniosa e continua.

Ciò che il Tai Chi fa è addestrare la mente a “sentire il corpo” con una grandissima precisione, più senti ogni parte del tuo corpo distintamente e più la sai controllare e utilizzare al meglio.

Pensate che viene utilizzato con successo addirittura con persone affette dal morbo di Parkinson, che hanno una sostanziale compromissione dell’equilibrio con conseguente riduzione della capacità funzionale. La pratica del Tai Chi sembra ridurre i disturbi dell’equilibrio nei pazienti, con ulteriori benefici di una migliore capacità coordinativa e una diminuzione delle cadute.

Torniamo quindi alla nostra amata disciplina, la mountain bike. Quando guardiamo i filmati degli atleti di alto livello possiamo notare che ciò che permette loro di fare le manovre più spettacolari (salti, whippate, scrub, bunny hop, pendolino, impennate, manual e via discorrendo) è la loro altissima capacità coordinativa.

Tutte le arti marziali migliorano questa qualità e il Taijiquan lo fa in modo davvero insuperabile.

Avendo io iniziato prima ad andare in MTB che praticare Taijiquan devo dire che ho notato un aumento della mia consapevolezza corporea nel corso del tempo che mi ha permesso di fare delle manovre in bici che prima non riuscivo a fare. Mi sono sentito più sicuro, più padrone del mezzo e questo mi ha consentito di osare riuscendo a trarre maggior soddisfazione dalle mie discese, fino ad arrivare a non subire il sentiero, ma a disegnarlo, plasmarlo, secondo le mie preferenze, rischiando ovviamente molto meno e divertendomi di più.

Con questo ovviamente non intendo dire che saremo capaci di fare dei trick da Redbull Rampage ma sicuramente potremo diventare padroni del mezzo e delle reazioni che si ricevono dal terreno attraverso la bici,. Per i rider esperti la pratica del Tai Chi permetterà di affinare e perfezionare delle capacità già buone.

Roberto Calcagnile in azione nel bosco in sella a una mountain bike

Roberto Calcagnile in azione nel bosco in sella a una mountain bike.

Arti marziali e MTB: la visione periferica

Uno degli aspetti su cui insisto di più ai miei corsi di difesa personale è la visione periferica, anche chiamata “visione dell’aquila”. In pratica si tratta di utilizzare la mente per guardare tutto quello che è presente nel campo visivo.

Quando l’aquila caccia, individua la preda e poi parte in picchiata per ghermirla, ma se non utilizzasse la visione periferica non potrebbe contemporaneamente monitorare gli spostamenti del suo pasto e fare attenzione a non schiantarsi su un albero o su una roccia.

La visione dell’aquila è l’esatto contrario della visione di dettaglio. Se voi guardate una mano concentrandovi sul colore della pelle, la dimensione, l’orologio che c’è al polso, la mente si perde nei dettagli e se vi trovate a fare questo nel mezzo di una colluttazione, prima di aver identificato una sola caratteristica di quelle che ho elencato siete già “a nanna” sull’asfalto.

Quindi io guardo l’avversario, lo sguardo è nei suoi occhi ma con la visione periferica “percepisco” il suo movimento e arrivo a parare in tempo o a schivare il suo pugno.

Questa modalità di visione è sotto il controllo del nostro cervello antico, per intenderci quella parte di cervello che si occupa di regolare la pressione arteriosa, il battito cardiaco, il senso di fame, la lotta o la fuga, l’appetito sessuale e via discorrendo, in poche parole la nostra sopravvivenza.

In caso di emergenza, quando c’è bisogno di reazioni veloci è lui a prendere il comando e il nostro tanto blasonato cervello razionale, capace di raffinate disquisizioni su questo o quell’argomento, diventa un semplice passeggero. Sì, perché lui si metterebbe ad analizzare lo spazio e il tempo che impiegherebbe il pugno dell’avversario a raggiungere la nostra faccia e facendolo noi saremmo a terra in poche frazioni di secondo.

Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Perché in MTB quando affrontiamo un tratto scassato o pericoloso è la visione periferica a salvarci. Vediamo tutto quello che c’è nel campo visivo e mentre affrontiamo ciò che abbiamo sotto le ruote, tenendolo d’occhio con il campo periferico, puntiamo lo sguardo avanti a noi per mettere a fuoco il prossimo ostacolo e trovarci così pronti ad affrontarlo.

Alla visione periferica si accede subito, basta che qualcuno ci dica come attivarla e siccome fa parte della nostra dotazione di sopravvivenza si attiverà senza fatica. Come un pulsante sulla nostra nuova automobile, basterà sapere che è dedicato a una determinata funzione per schiacciarlo e goderne i benefici.

Potete farlo in un modo molto semplice: vi mettete di fronte a un vostro amico o familiare e poi fate spostare il vostro compagno/a di 30 gradi circa alla vostra destra. Lui/lei con la mano indicherà un numero compreso tra 1 e 5 (il numero delle dita di una mano). Dovete pronunciare ad alta voce il numero che vedete mentre con l’indice destro toccate la punta del naso del vostro compagno.

Vi accorgerete, salvo i primi tentativi di adattamento, che più lo fate lentamente e più sarete imprecisi, più aumentate la velocità e più andrete a segno facilmente. In realtà voi state distraendo la mente razionale con il numero indicato dal vostro compagno e il cervello antico si sta occupando di farvi arrivare istintivamente a toccare la punta del suo naso.

Il mountain bike rider Roberto Calcagnile in azione nel bosco

L’attenzione

Durante la pratica del Taijiquan l’attenzione è fondamentale. La mente deve essere completamente dedicata ai movimenti del corpo, basta una minima disattenzione, un minimo pensiero che si affaccia e sbagliamo posizione, ci confondiamo, perdiamo l’equilibrio, eseguiamo una postura piuttosto che un’altra, perdiamo la continuità e la morbidezza. Quindi l’attenzione è un requisito imprescindibile per riuscire a eseguire i gesti in maniera soddisfacente e corretta.

Inutile dire che anche in sella a una mountain bike l’attenzione è una qualità importantissima. La concentrazione che ne deriva ci permette di affrontare i passaggi più enduristici, di dosare il peso su un rock garden o di spostarlo correttamente durante l’esecuzione di un drop.

La cosa curiosa è che molte volte crediamo di essere attenti ma non lo siamo: una parte della nostra mente è catturata da pensieri o la nostra attenzione è spostata in parte su un rumore, una sensazione del nostro corpo e così perdiamo di vista ciò che stiamo facendo. Se siamo impegnati ad affrontare un passaggio pericoloso tutto ciò può diventare estremamente rischioso.

Allenare l’attenzione con un’arte marziale plasma la nostra mente in un modo che non ha quasi eguali. Impariamo a diventare ciò che stiamo facendo e null’altro, entriamo in uno stato di totale immedesimazione, diventiamo uno con la bici.

La bici non è qualcosa di diverso da noi ma costituiamo un’unità perfettamente integrata. La discesa in bici diventa quasi uno stato di meditazione dove corpo e mente si fondono con la nostra mountain bike impedendo a qualsiasi pensiero di mettersi tra noi e la discesa che stiamo affrontando.

Roberto Calcagnili in abiti da arti marziali con la sua mountain bike

Uno scatto, tra il serio e il faceto, del maestro di Tai Chi Roberto Calcagnile. Ma quello sullo sfondo è il monte Fuji?

Conclusioni

Ho elencato alcune delle qualità che possiamo sviluppare con il Taijiquan, quelle più correlate alla guida, che ci aiuteranno sicuramente a diventare biker più consapevoli e preparati in grado di sfruttare al meglio tutte le potenzialità del nostro mezzo.

Per diventare dei bravi biker possiamo dire che due occhi che guardano bene (visione periferica) trasmettono informazioni corrette a una mente attenta (attenzione) che riesce a impartire i giusti ordini a un corpo perfettamente coordinato (capacità propriocettiva).

Se riuscirete a ottenere questa sinergia, inizialmente anche in pochi tratti di sentiero o in determinati momenti, vi posso garantire ragazzi che la nostra birra di fine giornata avrà davvero un sapore speciale.

Articolo scritto per BiciLive.it da Roberto Calcagnile.

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