Nel variegato mondo della mountain bike, specialmente in questi ultimi anni e soprattutto se si parla della diatriba elettrico-muscolare, è molto difficile mettere d’accordo tutti.

Tuttavia c’è un parametro che accomuna da decenni i produttori, gli esperti di sospensioni e i rider di tutto il mondo: il sag. Quel fatidico 20-30% di affondamento statico della forcella e dell’ammortizzatore posteriore, se presente, è diventato la pietra miliare di qualsiasi setup, il “punto zero” da cui parte ogni calcolo geometrico.

Eppure, la concezione di questa misura sta vivendo una fase di profondo dibattito tecnico, una vera e propria revisione ingegneristica, innescata negli ultimi anni da chi ha deciso di guardare la fisica della bicicletta attraverso lenti diverse, mettendo in discussione lo status quo.

Ma prima di esplorare le nuove frontiere, è fondamentale capire come e perché il mercato si è consolidato intorno al concetto classico del sag statico, quello che io (e non sono il solo) definisco “sag passivo”.

L’o-ring che ci mostra il sag sullo stelo dell’ammortizzatore EXT ARIA V2 che abbiamo testato.

Il paradigma tradizionale: la complessa gestione del sag statico

Prendiamo in esame la sospensione anteriore: nella stragrande maggioranza delle forcelle attuali, il sag ha un compito ben preciso: permettere alla sospensione di avere una quota di “corsa negativa”.

Quando il rider sale in sella, il suo peso vince il precarico iniziale o l’equalizzazione tra camera d’aria positiva e negativa della sospensione, facendo affondare la forcella.

Questo spazio fisico creato dalla compressione statica permette alla ruota di estendersi per coprire gli avvallamenti del terreno, garantendo che lo pneumatico non perda il contatto con il suolo sui piccoli impatti.

Se ci pensate, il sag o “abbassamento statico” è un parametro fondamentale per qualsiasi veicolo dotato di un sistema di sospensioni, indipendentemente dal numero di ruote (due, quattro o più).

Il sag in questo caso rappresenta la differenza tra la posizione di massima estensione della sospensione (a veicolo sollevato) e la posizione assunta dal veicolo con il proprio peso a terra, senza conducente o carico aggiuntivo.

Sulla mountain bike è invece diverso: il peso del mezzo incide poco sul sag, ecco perché il sag va fatto sul peso del rider che usa la bici in quel momento, con tutta l’attrezzatura indossata come protezioni, scarpe, abbigliamento ed eventuale zaino o marsupio (e la borraccia o camera d’aria sul telaio, minitool e attrezzi vari inseriti nel telaio, ecc.).

Per decenni, l’industria della MTB ha perfezionato questo sistema raggiungendo livelli di sofisticazione notevoli.

Le grandi case produttrici lavorano incessantemente sulle curve di compressione dell’elemento elastico (l’aria) e sui circuiti idraulici.

Ad esempio, per evitare che una forcella con il 30% di sag risulti troppo “cedevole” a metà corsa, i progettisti si affidano alla regolazione della compressione alle basse velocità (LSC, low speed compression), cercando di dare sostegno idraulico contro i trasferimenti di carico lenti.

Parallelamente, per la gestione dei fine corsa, sono stati introdotti i famosi token (spessori volumetrici): riducendo il volume della camera d’aria positiva si rende la molla pneumatica molto progressiva nell’ultima parte dell’escursione, compensando così l’eccessiva linearità causata dall’ampio sag iniziale.

È uno standard che funziona e che ha permesso a milioni di rider di trovare grip e comfort.

Tuttavia, porta con sé uno scotto da pagare geometrico impossibile da evitare: se una forcella da 170 mm disperde subito 40 mm di corsa “a vuoto” solo per sostenere il pilota, di fatto si sta trasformando in una 130 mm prima ancora di colpire il primo ostacolo.

Inoltre, durante frenate violente o sul ripido, la tendenza naturale di questi sistemi è quella di affondare ulteriormente (brake dive), chiudendo l’angolo di sterzo e alterando il baricentro.

Per arginare questo limite nativo della cinematica passiva, l’industria sta oggi ricorrendo all’integrazione dell’elettronica predittiva: sensori e attuatori dedicati a frenare o bloccare l’idraulica in frazioni di secondo per compensare i trasferimenti di carico e preservare le geometrie della bici.

Si tratta di una sofisticata contromisura tecnologica introdotta proprio per gestire via software quello che la struttura meccanica tradizionale, sacrificata dal sag iniziale, fatica a controllare autonomamente sul campo.

La critica cinematica: l’inefficacia alle alte velocità

A segnare un punto di rottura in questo dibattito ingegneristico è stata l’italiana Bright Racing Shocks.

Conosciamo da anni il suo fondatore, Pablo Fiorilli — una figura storica e tra i massimi veterani del settore delle sospensioni sportive per mountainbike, che progetta, sviluppa e costruisce sistemi da oltre 36 anni (un traguardo che ne fa probabilmente il progettista e costruttore ininterrottamente in attività più longevo del panorama MTB, con alle spalle tappe storiche come la conquista del Titolo Mondiale DH femminile con Giovanna Bonazzi a Métabief nel 1992) — e abbiamo realizzato anche un articolo con ben tre video che spiegano in modo approfondito la visione dell’azienda.

A differenza dei colossi mondiali, vincolati a logiche di standardizzazione sui grandi numeri, Bright si è posizionata come un laboratorio di sviluppo di nicchia, dove l’amore per l’analisi cinematica pura si fonde con test ossessivi sul campo.

Per andare alla radice di questa visione e capire perché le sue idee stiano scuotendo le certezze del settore, abbiamo chiesto direttamente a Fiorilli di spiegarci i presupposti fisici del suo approccio.

«Ci sono due aspetti fondamentali che dovrebbero far riflettere», ci spiega Pablo Fiorilli. «Il primo è che la bicicletta è un mezzo estremamente leggero, totalmente dipendente dalla dinamica e dal gesto atletico del rider. Non ha nulla a che vedere con un’auto o una moto, dove la massa del veicolo è predominante: nella MTB il corpo del pilota rappresenta la quasi totalità della massa in movimento. Già solo questo dimostra che l’assetto e il sag non possono essere trattati come una quota passiva presa da fermi, ma devono rispondere a un comportamento dinamico che asseconda attivamente la guida dell’atleta. È esattamente il punto di partenza della nostra progettazione in Bright.

Pablo Fiorilli durante l’intervista fatta nel nostro studio “Gorilla Base” a Milano.

Il secondo fattore riguarda la meccanica pura. Nelle forcelle commerciali mainstream la fase negativa è affidata a una camera d’aria: l’equalizzazione pneumatica tra camera positiva e negativa determina il cosiddetto ‘punto neutro’.

Se una forcella ha teoricamente 170 mm di escursione, quel punto di equilibrio reale sotto il peso del rider non è a 170 mm, ma si ritrova a 140 o 150 mm, divorato dal sag statico.

Il nostro sistema nativo ACAD lavora su un principio completamente diverso: per la fase negativa non impiega l’aria, ma una molla elicoidale assistita e frenata da circuiti idraulici dedicati, capaci di modularne l’irruenza o la dolcezza in base all’esigenza istantanea del terreno.

La cartuccia ACAD 9 delle forcelle Bright Racing Shocks.

Cosa significa nei numeri? Che se noi prepariamo un setup da 150 mm, quei 150 mm sono corsa utile positiva reale, a cui sottrarre solo un minimo assestamento dinamico, ma a cui si sommano costantemente i 20 mm di escursione negativa attiva garantiti dalla molla.

Rispetto a una 170 mm tradizionale che parte già seduta e compressa, con una Bright da 150 mm il punto di equilibrio dinamico è sensibilmente più alto, con una fluidità e una riserva di corsa attiva e sfruttabile nettamente superiore».

La revisione di Bright parte infatti da un’analisi fisica spietata: la porzione di corsa consumata dal sag statico è fondamentalmente inefficace alle medie e alte velocità di percorrenza dei trail.

Il motivo è puramente cinematico. Quando il pilota si siede sulla bici e comprime la forcella di 40 mm, lo fa con una forza statica molto bassa. La capacità del sistema di restituire quell’energia in fase di estensione (rebound) genererà una velocità di ritorno altrettanto bassa, calcolabile nell’ordine di 1-1,5 m/s.

Tuttavia, quando si guida forte su sentieri fortemente sconnessi e “rotti”, la ruota ha bisogno di velocità di estensione nettamente superiori – tra i 2,5 e i 3,5 m/s – per coprire rapidamente i vuoti del terreno e mantenere la trazione.

Di conseguenza, l’affondamento statico tradizionale serve prevalentemente a garantire una sensazione di comodità a basse andature o nei test da fermo in negozio, ma risulta energeticamente insufficiente per la vera performance ad alta velocità.

La Bright montata sulla E-RIOT durante un weekend alla Bike Festa di Bressanone.

La soluzione Bright: ricalcolo delle quote e sag dinamico

Il salto logico compiuto da Bright riguarda la riprogettazione totale dell’assetto. Riprendendo l’esempio precedente, al posto di una 170 mm tradizionale, Bright propone una forcella da 150 mm che parte esattamente dalla quota a cui le altre forcelle arrivano dopo essersi “sedute”. Non si disperde corsa a vuoto.

Ma attenzione a non cadere in un facile malinteso: non si può replicare questa dinamica prendendo un sistema progettato nativamente per avere sag e gonfiandolo a dismisura per azzerarne l’affondamento. Fare questo su una struttura classica significherebbe distruggere la curva di progressione e ottenere una forcella inutilizzabile e legnosa.

Il sistema Bright funziona esclusivamente perché sfrutta l’ACAD (Anti-Cavitation Active Damper). Non è una semplice cartuccia indurita, ma un design olistico concepito da zero per tradurre in realtà questi concetti. I volumi delle camere, lo spostamento dell’olio e le valvole di sovraccarico sono progettati in perfetta sinergia per sostenere la geometria senza ricorrere a pressioni d’aria insensate.

Oltre all’idraulica, la qualità e le finiture della Bright Next sono di livello altissimo.

Sensibilità su misura e superiorità analogica

In casa Bright l’escursione negativa non scompare, viene gestita dinamicamente dal sistema ASC (Active Sag Control).

La forcella conserva costantemente circa 20 mm di corsa negativa a disposizione del tuning. Quando la ruota anteriore oscilla spinta dalla sua inerzia, questi millimetri si esprimono istantaneamente. Una Bright da 150 mm restituisce così l’ampiezza reale di una 170 mm tradizionale, ma con un assetto di guida inalterabile.

A chi è abituato al setup tradizionale sorge un’obiezione legittima: “Se non c’è il morbido sag passivo, la forcella non risulterà spacca-braccia?”.

Avendo a suo tempo testato la Bright F29 Next con cartuccia ACAD 7 e utilizzando da otto mesi una Bright con ACAD 8 sulle mie bici (una GHOST E-RIOT e una GHOST Poacha, posso confermare che la prova sul campo smentisce totalmente la teoria.

Ciò che stupisce è la sensibilità del sistema. L’approccio artigianale permette di calibrare internamente l’idraulica su qualsiasi preferenza: la forcella può essere resa comodissima o estremamente corsaiola.

Questa customizzazione non inficia mai la regola d’oro: l’energia dell’urto viene dissipata istantaneamente nell’olio ad alte portate, preservando le braccia del rider. Non serve consumare millimetri se l’idraulica è abbastanza efficiente da dissipare l’energia cinetica.

Inoltre, il sistema ASC asseconda i trasferimenti di carico dinamici dell’atleta in tempo reale, esprimendo un assetto costantemente attivo. Essendo un sistema puramente meccanico e analogico basato sulla fisica dei fluidi, vanta una risposta istantanea a frequenze altissime, svincolata dalle latenze di calcolo e campionamento tipiche dei sensori elettronici.

La “prova del nove” si è svolta a una gara di downhill a Marzio (VA) ad aprile, dove ho utilizzato la Ghost Poacha prima con la forcella da 38 mm commerciale di primo montaggio al vertice della categoria, e successivamente con la Bright, sia in qualifica che in gara.

La differenza è stata evidente: con la sospensione industriale tradizionale il setup imponeva un compromesso netto: se si cercava sensibilità sullo smosso e sulle radici, si pagava con un affondamento eccessivo nelle forti compressioni e sui salti; al contrario, cercando il sostegno a metà corsa, si perdeva confidenza e scorrevolezza sulle asperità in rapida sequenza.

Una discesa in puro stile freeride sull’Etna usando Poacha con la RockShox ZEB Ultimate.

Con la Bright, invece, la sensazione di rigidezza strutturale e precisione di guida richiamava quella di una doppia piastra, ma con un comportamento idraulico capace di transitare con naturalezza da una lettura sensibilissima del terreno a un sostegno granitico a seconda dell’intensità dell’impatto.

Il tutto lasciando le braccia riposate per l’intero fine settimana. Ho chiuso con un terzo posto di categoria dopo 15 anni di assenza dalle gare di DH, guidando una MTB freeride da 180 mm su un tracciato da discesa pura. Se siete curiosi di vedere la pista, qui trovate un mio video.

Inoltre ho da poco fatto l’upgrade con la nuova cartuccia Bright ACAD 9: ho chiesto a Pablo un tuning molto race e di fatto la forcella è davvero cambiata, in meglio.

Ora ho un sostegno nel rotto e negli impatti in successione ancora più efficace di prima, il tutto unito alla grande sensibilità iniziale che assorbe i piccoli urti donando un grande comfort anche nei tratti pedalati.

La Ghost Poacha con la Bright, con tanto di medaglia vinta alla gara di DH.

Conclusioni: spostare i propri limiti

La filosofia alla base dell’approccio di Bright, come sottolinea Pablo Fiorilli, non riguarda solo la fisica dei fluidi, ma l’esperienza finale del rider: “Il nostro obiettivo non è progettare una sospensione che si limiti a funzionare o a non dare problemi in garanzia. Noi dobbiamo creare uno strumento che enfatizzi la guida, che regali la soddisfazione di spostare i propri limiti in avanti e di divertirsi molto di più, che si tratti di un professionista o di un amatore“.

Il mercato si trova di fronte a un bivio. Da un lato, l’affinamento del metodo tradizionale con l’ausilio di assistenti elettronici per compensare i limiti nativi dell’affondamento passivo. Dall’altro, un approccio puramente meccanico che, ricalcolando le quote e trasformando il sag in una risposta idraulica attiva, preserva la dinamica originale della bicicletta.

La prossima volta che misureremo l’O-ring sullo stelo in garage, forse ci ricorderemo che la vera performance non si valuta da fermi, ma si esprime solo quando le ruote iniziano a girare veloci.

E voi cosa ne pensate? Siete dei “nerd” come il sottoscritto o andate a girare senza neanche controllare la pressione delle gomme?

Se volete leggere altre news su Bright ecco l’articolo sulla forcella rovesciata XCO 32 per ruote da 32 pollici.

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A proposito dell'autore

Sono cresciuto sulle due ruote: BMX, motocross, le prime MTB negli anni 80. Dal 2007 ho gareggiato per 10 anni nel downhill e nell'enduro in tutta Italia. Dal 2013 al 2019 ho lavorato con la scuola MTB Gravity School anche a Whistler, in Canada. Sono istruttore Federale FCI e Guida Nazionale MTB. Ho visto nascere BiciLive.it nel 2013 e ora mi occupo di MTB, ebike ed eMTB. La bici è il mio pane quotidiano!